Trimestrali super, bonus e zar dimezzati. E lo chiamavano ’29

Il primo ad accorgersi che non poteva essere un nuovo ’29 è stato probabilmente Neil Barofsky, l’uomo designato da Barack Obama per tenere a freno l’avidità, mai del tutto sopita, dei grandi nomi del capitalismo americano. Sono bastati pochi mesi di astinenza, giusto due o tre bimestri in rosso, e la sete di nuovi ricchissimi bonus e altrettanto ricchi stipendi è tornata a Wall Street.
18 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:35
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Giovedì Citigroup ha annunciato un utile netto, nel terzo trimestre 2009, di 101 milioni di dollari. Ancora meglio i conti di Goldman Sachs, che nello stesso periodo ha accumulato un utile netto di 3,19 miliardi di dollari, quadruplicando il dato del trimestre precedente. Con numeri così, la tentazione di tornare all’antica consuetudine dei ricchi bonus è più che forte: nella sede centrale di New York della banca di investimenti – sosteneva ieri il Wall Street Journal – ci stanno pensando da un po’. Più o meno da quando è partita una specie di “operazione simpatia” che dovrebbe bilanciare le prevedibili critiche all’istituto. Così, qualche giorno fa, il ceo di Goldman, Lloyd Blankfein, si è concesso qualche intervista un po’ sopra le righe nelle quali – smessi i panni del freddo uomo di finanza – si è lasciato andare a considerazioni intime e ricordi di gioventù, come la rievocazione del suo primo lavoro: venditore di pop corn e noccioline allo Yankee Stadium.
Ma agli uomini di Goldman è parso opportuno anche aprire un fronte a Washington, per prevenire – con l’aiuto di esperti lobbisti – eventuali attacchi politici alla decisione di pagare nuovamente stipendi milionari, a dispetto dei finanziamenti pubblici (quasi dieci miliardi di dollari) ricevuti nei mesi peggiori della crisi.
E che non sia stato poi un ’29, per essere tornati in poco più di un anno alle vecchie consuetudini, devono averlo pensato anche ad Aig, il colosso assicurativo finito lo scorso autunno in mani pubbliche per scongiurarne il fallimento. Mercoledì scorso, durante un’audizione al Congresso, Barofsky ha fatto sapere che la compagnia di assicurazioni ha intenzione di pagare ai suoi dipendenti – entro la prossima primavera – bonus per 198 milioni di dollari. E che, a dispetto del suo titolo altisonante, non c’è niente che lo zar delle paghe possa fare per impedirlo.
L’opposizione repubblicana, con il deputato del Missouri, Blaine Luetkemeyer, ha ironizzato su “un’Amministrazione che nomina uno zar e poi non gli dà i poteri”, ma il dato di fatto è che – nonostante i 120 miliardi di fondi pubblici destinati finora – ai piani alti di Aig è come se la crisi non l’avessero mai vista.
Secondo Richard W. Rahn del Cato Institute, a guardare in prospettiva i dati di quest’annata non c’è troppo da dar torto ai supercapitalisti tornati avidi. La sua analisi, affidata mercoledì al Washington Times, si concentra sulla crisi che colpì l’America tra il 1980 e il 1982. Posto che quella attuale sia già finita, sarebbe stata quella la più lunga dal dopoguerra a oggi. E anche la più difficile: a fine ’82 la disoccupazione toccò quota 10,3 per cento. E nel secondo trimestre dell’80 il pil calò del 9,6 per cento: “Per tornare ai livelli del 1979 – dice Rahn – si dovette aspettare il 2003”, non dodici mesi.